Hobby · 11 luglio 2025

A pesca nei canali del centro

Gli street fisher catturano (e poi rilasciano) barbi, perchie e lucci
Il Wwf: «Giusto riappropriarsi di spazi antropizzati»

Canne da pesca lungo un canale del centro di Milano di sera
Alcune canne con un artificiale fosforescente (foto di Mirko Mauri).

«Dove cemento e acqua convivono, lì si crea lo street fishing». Mirko Mauri, fondatore di un’associazione milanese di “pescatori urbani” descrive così la tecnica che si pratica nei corsi d’acqua delle città. A Milano gli appassionati lo fanno sui Navigli: «Peschiamo nel bel mezzo del centro, fra gli sguardi della gente. Abbiamo fatto eventi anche molto partecipati», racconta. «Canali considerati putrescenti dalla maggior parte delle persone sono invece acque piene di vita». Cavedani, perchie, barbi: sono queste le prede principali.

I pesci siluro, che in certi fiumi possono sfiorare anche i 3 metri, sono invece troppo grandi e non vanno bene per gli streeter, a cui piace muoversi usando attrezzatura leggera, quasi da passeggio. Darsena, Naviglio Grande e Martesana i punti più battuti. «Il bello sta anche nella ricerca e nella dinamicità di questa tecnica. Ci si sposta, si cambiano i punti e si modificano esche e fili in base alle condizioni», racconta Roberto Losapio, pescatore e blogger milanese, che ha prodotto anche dei contenuti per il Pescare Show.

L’esca più diffusa nello street fishing è quella artificiale e l’assortimento è infinito. Generalmente si dividono tra quelle in gomma, che simulano larve o lombrichi, e quelle in materiale duro che riproducono piccoli pesci per insidiare i predatori. Come i lucci, che a sorpresa abitano alcune parti dei canali. I pescatori le animano con precisi movimenti della canna. C’è anche chi pesca “a mosca”, con artificiali che imitano gli insetti. In ogni caso l’esperienza si limita alla cattura e a quello che viene prima: le regole non scritte dello street fishing infatti impongono sempre il rilascio del pescato.

Lo conferma anche la sezione milanese della Fipsas, Federazione italiana pesca sportiva: «Negli eventi organizzati da noi il catch and release (prendi e rilascia) è obbligatorio ma si è comunque notato che è una pratica condivisa da quasi tutti i pescatori amatoriali», spiegano. «Chi come noi lo fa come sport e attività ricreativa cerca di arrecare meno danno possibile alle prede», racconta ancora Losapio, «evitando per esempio di usare l’ardiglione, un taglio appuntito sull’amo che rovina la bocca ai pesci». Per Mauro Del Pero, presidente del Wwf Lombardia, il giudizio è positivo: «Non abbiamo niente da dire, anche perché chi fa questa attività deve attenersi a delle regole per preservare le zone.

Ci si riappropria anzi di luoghi antropizzati dove il ritorno di specie come barbi, ghiozzi e cavedani è un buon segno. I problemi sono semmai nei laghetti artificiali e di cava, dove chi pesca usa pasture con componenti chimiche e organiche che accumulandosi alterano e scompensano l’ambiente». Nei Navigli vale la licenza nazionale per la pesca dilettantistica nelle acque interne. È la stessa in tutta Italia ma costo e modalità di rilascio cambiano tra regioni. In Lombardia è sufficiente versare 23 euro ogni anno ed esibire la ricevuta insieme a un documento in caso di controlli.

Michele Ceccati, pescatore marchigiano e guida ambientale, è reduce da una sessione estiva di street fishing sui canali milanesi: «È interessante poter girare la città in questa chiave. Io sono venuto in trasferta e mi ha stupito la biodiversità del Naviglio».

Pubblicato originariamente su MM, quindicinale della Scuola di giornalismo Walter Tobagi.

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