Dal cemento nascono i fior
La flora spontanea popola la città
In un ex gasometro e al Castello Sforzesco resistono piante rare
«Sono residui del passato. Nelle zone nuove crescono specie aliene»

Intorno ai binari dei treni, tra le crepe dei marciapiedi, sulle vecchie mura, nei grandi slarghi abbandonati. Non sono erbacce quelle che popolano gli angoli della città protetti dalla furia dei decespugliatori o dal diserbante. Si tratta semmai della cosiddetta flora spontanea urbana. In questa definizione ricade tutto il verde non curato, fuori anche dalle “aree a sfalcio ridotto”. Che nasce selvatico, colonizza, qualche volta invade. Ma che gioca un ruolo fondamentale per la biodiversità cittadina. Rodolfo Gentili, professore di Botanica generale dell’Università Bicocca, studia da anni la vegetazione spontanea milanese.
In una ricerca fatta insieme al Museo di Storia naturale ha mappato le zone di Milano più prolifiche e censito le specie. Contro ogni previsione, sono i binari e le aree ferroviarie a nascondere la biodiversità più sorprendente: «Sono le più ricche in assoluto, perché zone molto complesse. Uno pensa solo ai binari, in realtà al loro interno hanno tantissimi habitat. C’è la massicciata, ci sono scarpate. Come a Lambrate dove crescono addirittura alberi e arbusti. E poi ci sono anche i binari abbandonati, dove la vegetazione può crescere in modo incontrollato».
Ma la scoperta più interessante è stata fatta vicino alle postazioni di lavaggio dei treni, dove l’acqua ristagna e crea un ambiente umido: «Lì abbiamo trovato piante acquatiche come la cannuccia di palude che di solito cresce sugli argini dei fiumi. Le aree ferroviarie sono davvero incredibili dal punto di vista del rigoglio della vegetazione e del numero di specie trovate che è molto maggiore rispetto a qualsiasi altra area verde di Milano. In più sono anche delle vie di comunicazione, per cui alcune specie mediterranee facilitate dal cambiamento climatico stanno arrivando in città ma anche più a nord».
Il rovescio della medaglia, però, è che crescono sempre di più le specie aliene. La loro natura alloctona fa sì che spesso proliferino rapidamente e in grande quantità nelle zone non gestite. Un dato che Gentili riscontra di continuo nei suoi studi di aggiornamento: «Sono abbondanti soprattutto vicino alle ferrovie, ma in tutte le aree cittadine. Tra le specie aliene più comuni c’è sicuramente l’ailanto, anche detto l’albero del paradiso. Poi c’è l’albero delle farfalle, Buddleja davidii, che veniva utilizzato moltissimo nei giardini per le sue infiorescenze in grado di attirare gli impollinatori.
C’è la Phytolacca americana, detta uva turca, che è cresciuta nelle zone incolte e anche il poligono del Giappone lungo il Lambro e altri corsi d’acqua». L’intensificarsi dell’urbanizzazione e i numerosi lavori pubblici hanno contribuito all’aumento delle specie esotiche. «Dove ci sono nuovi cantieri, le prime a colonizzare spesso sono proprio le specie aliene», spiega Gentili. La movimentazione del terreno porta alla luce semi e propaguli (cioè bulbi o gemme), favorendone la diffusione perché vincono la corsa contro le autoctone.
Negli ultimi 15-20 anni, complice anche l’Expo, le specie esotiche sono aumentate. Nonostante questo, il capoluogo lombardo conserva diverse oasi di biodiversità genuina. L’area della Goccia, a Bovisa, un ex impianto industriale abbandonato tra gli anni 70 e 80, è oggi un bosco spontaneo, un polmone verde nato da sé. Lì sono state individuate specie rare «inclusa un’orchidea selvatica, cosa rarissima a Milano». È una specie difficile da trovare anche nelle zone agricole intorno all’area metropolitana. «Sono residui di flora del passato, di periodi dove la città era meno impattata dall’uomo, meno costruita», racconta Gentili.
«Questi casi hanno luogo dove si è trovato del suolo vecchio, che è stato toccato poco. I semi di alcune piante possono resistere anche decenni prima di germinare». La Goccia era un ex gasometro, ora sono in corso lavori per trasformarla in campus. Era stata chiusa al pubblico perché pericolosa, e il tempo ha permesso alle piante di colonizzarla indisturbate: «Probabilmente è l’unico bosco naturale spontaneo nel perimetro cittadino». Anche perché di spazio per altri boschi, a Milano, non ce n’è. Gentili si è occupato di progetti di riforestazione urbana finanziati dal Pnrr, ma non è riuscito a trovare zone adatte: «Abbiamo analizzato tutte le aree possibili e immaginabili all’interno del comune di Milano.
O c’erano cantieri o erano troppo piccole o c’erano altri problemi. Per questo abbiamo fatto gli interventi nei comuni circostanti». Per trovare un altro esempio di rinverdimento spontaneo bisogna andare poco fuori città, alla piazza d’armi, un’ex area militare vicino a Baggio, con un suolo che Gentili definisce «abbastanza intatto», anche se forse inquinato da decenni di esercitazioni militari. Nato come aerodromo, poi passato all’esercito, ora è un quadrato di 42 ettari completamente abbandonato. Ma l’interesse botanico è alto.
Nella zona, immensa soprattutto se vista dall’alto, incastonata tra edifici residenziali, si trovano specie non presenti da altre parti. Negli avvallamenti lasciati dal passaggio dei mezzi militari ora si formano ristagni di acqua dove prosperano piante di ambiente umido, come la Quercus palustris che ha formato un boschetto: «È originaria del Nord America, si è naturalizzata in queste zone più depresse e umide, dando vita a boschi unici nel loro genere. Non è invasiva, si insedia spontaneamente, ma rimane confinata».
Gli interventi di riforestazione urbana invece, «se fatti bene», non dovrebbero favorire l’ingresso di specie esotiche. Il “protocollo di piantagione forestale” prevede una valutazione di almeno cinque anni, durante i quali si cura la crescita delle piante autoctone e si controllano quelle infestanti. Una volta che raggiungono una certa maturità, «le specie esotiche non entrano più o entrano con difficoltà», spiega Gentili. Poi c’è una dimensione più ristretta. Quella dei marciapiedi, delle fessure nel pavé. Più che giungla d’asfalto, una giungla nell’asfalto.
«Sono habitat estremi che, tuttavia, ospitano una discreta biodiversità. Laddove il marciapiede si degrada, si rovina, si rompe la mattonella, le piante poi germinano. Anche se devono affrontare la carenza di nutrienti, le altissime temperature d’estate e la scarsità d’acqua». Nonostante questo, alcune specie riescono a sopravvivere, e a fare il proprio ciclo riproduttivo. «Si trovano tante graminacee, molto resistenti e che si impollinano col vento. È un micro mondo affascinante che dimostra come le piante riescano a colonizzare anche le zone più difficili».
Milano vanta anche una specie endemica unica al mondo: uno sparviere, Hieracium australe, che cresce solo sulle mura del Castello Sforzesco. È stata censita nel secolo scorso e ritrovata di recente. Alla vista è praticamente uguale agli altri sparvieri, ma l’habitat isolato ha contribuito a farlo differenziare sul piano genetico: «Per adattarsi alle condizioni particolari ha sviluppato delle mutazioni. È una pianta che riesce a moltiplicare il numero di cromosomi e questo ha permesso la sua “speciazione”». Se Milano è un’isola, dice Gentili, le mura antiche come quelle del castello sono vere e proprie «isole nell’isola».
Tanto che i mattoni antichi ospitano anche altre specie peculiari: «Grazie alla loro esposizione al sole e all’isolamento si trovano per esempio il cappero e la periploca, dai fiori viola».
Pubblicato originariamente su MM, quindicinale della Scuola di giornalismo Walter Tobagi.