Hobby · 25 novembre 2025

L’esercito dei nomi in codice

I radioamatori sondano l’etere in cerca di segnali dai Paesi più rari
«Se tutte le altre comunicazioni saltano, entriamo in gioco noi»

Postazione radio con ricetrasmettitori, monitor e mappe del mondo
La postazione principale nella sede milanese del radioclub (foto di Filippo Di Biasi).

Antenne, filari, parabole. Coprono vari tipi di frequenze, sfruttando tecnologie diverse. Si trovano su due delle quattro torri del complesso scolastico “Gallaratese”, a Lampugnano. Al suo interno l’istituto ospita la sezione milanese dei radioamatori italiani. «Descrivere cosa facciamo è difficile», racconta Ivan Bosari, sigla IZ2YJD. «Possiamo occuparci di una quantità infinita di cose diverse. Alla fine comunque tutto si riduce a un hobby molto costoso e a cercare di parlare anche per pochi secondi con persone da tutto il mondo».

Chimico di professione, è uno dei soci dell’associazione fondata nel 1946. Quando indossa cuffie e microfono diventa IZ2YJD: «Per dare una cifra di quanto i radioamatori siano appassionati e un po’ folli, in tutto il mondo, faccio sempre l’esempio di Scarborough Reef. Si trova nel Mar Cinese a oltre 500 chilometri dalla costa abitata più vicina, è una secca con poco più che scogli. Eppure da decenni se la contendono Cina, Filippine e Taiwan. Nel 2007 un gruppo di 17 persone da sette Paesi diversi si imbarcò su un peschereccio modificato per l’occasione e fece rotta verso l’atollo.

Dopo quattro giorni in mare arrivarono nel punto segnato sulle carte nautiche, si avvicinarono alle rocce affioranti e iniziarono a costruirci delle palafitte. Servirono poche ore per essere pronti a fare l’unica cosa per cui si trovavano lì: piazzare un generatore, un’antenna e iniziare a trasmettere». Il presidente del radioclub, Gian Leonardo Solazzi, nominativo IW2NKE, spiega come il gruppo sia parte di un sistema più grande: «Siamo una delle tante articolazioni territoriali dell’Associazione radioamatori italiani, che raggruppa 12mila persone.

Ma in Italia quelli riconosciuti sono molti di più, intorno ai 40mila, che non per forza devono far parte dell’Ari». Dalla sala radio si può raggiungere tutto il mondo: «Noi radioamatori abbiamo frequenze dedicate, e se dovessimo incappare in qualche comunicazione privata esterna dobbiamo mantenere il segreto. Di solito ci si siede di fronte all’apparecchio e si inizia a cercare». Scandagliare lo spettro radio, trovare un altro appassionato con cui parlare, registrare che l’evento è avvenuto. È questa in gran parte dei casi la massima aspirazione di un radioamatore: fare rete con i colleghi di tutto il mondo e tenere traccia di ogni interazione.

Un esercito da due milioni e mezzo di nomi in codice che danzano nell’aria. Una cartina mostra l’Europa divisa secondo le loro convenzioni: «Non esistono Stati ma entità, servono a dividere il globo in quadranti radio. Per esempio l’entità Italia non comprende la Sardegna, che fa zona a sé. Ogni area ha un suo codice, come fosse un cap, e la sfida è collegarsi con quelle più sperdute o difficili da contattare». Esiste una lista delle entità più rare con anche una top ten: «Nonostante tutto, l’atollo di Scarborough è al secondo posto.

Perché al primo rimane sempre la Corea del Nord. Ma nella storia è successo che qualcuno riuscisse a superare dall’interno la sicurezza del regime e a conservarne una prova». Per celebrare ogni collegamento andato a buon fine gli appassionati si affidano ancora alle cartoline. Piccoli cartoncini decorati con grafiche da francobollo, che vengono compilati inserendo data, frequenza, codici identificativi e altri dati tecnici. Ogni socio ha la sua buca delle lettere. Uno spazio personale che riporta il proprio identificativo riconosciuto su scala internazionale.

La sede ne ha decine addossate alle pareti, alcune stracolme. Servono a conservare il ricordo fisico di ogni scambio. In giro ci sono anche radio d’epoca e persino alcuni terminali del telegrafo: «Funzionano ancora, ovviamente non c’è più la rete cablata ma si può trasmettere via radio il codice morse. In ambito militare viene insegnato tuttora, come ultima spiaggia nel caso in cui tutti gli altri sistemi dovessero avere problemi», racconta Solazzi. Così anche i radioamatori non sopravvivono soltanto. Hanno anzi un ruolo cruciale, che li preserva dall’avvento del digitale.

Svolgono una funzione di pubblica utilità che gli viene riconosciuta dallo Stato: «Se tutte le comunicazioni dovessero smettere di funzionare, entriamo in gioco noi. È il governo stesso che ci ha delegato, per gestire la rete alternativa di emergenza tra le prefetture e il coordinamento a Roma. È una catena di connesioni autonoma amministrata esclusivamente dai radioamatori», racconta ancora Bosari che è anche il referente del club per le attività di protezione civile. «Ma non veniamo attivati solo per le calamità.

Anche i grandi eventi sono un problema, perché le celle telefoniche non reggono il carico e si bloccano. A Milano, per citare le occasioni più recenti, ci è capitato di assistere la visita del Papa, le grandi partite di Champions League, le maratone e ovviamente ci stiamo preparando per le Olimpiadi invernali». Il sodalizio però è piuttosto recente e si deve a Giuseppe Zamberletti, ministro democristiano degli anni 80 considerato il padre della protezione civile italiana. Prima, a partire dal primo dopoguerra, i radioamatori erano considerati sospetti: «Voleva dire essere schedato e tenuto sotto controllo.

I carabinieri facevano veri e propri interrogatori, perché il fatto di poter comunicare con qualcuno senza limiti, e al di fuori di ogni controllo o censura, era critico». Quella della radio è una scienza sterminata, e ogni appassionato ne fa sua una parte diversa. C’è chi si costruisce da solo e in tutta agilità apparecchi capaci di raggiungere l’altro capo del pianeta via etere, e chi invece vuole solo sentire gracchiare il “CB”, lo strumento per ascoltare le comunicazioni nel perimetro cittadino. «Per noi era come una gabbia, e quindi tre anni fa abbiamo fatto insieme il corso e preso l’abilitazione che dà più libertà», raccontano due soci.

Massimo IU2SLM invece è un cacciatore, e fino a pochi anni fa non pensava che sarebbe diventato anche un radioamatore: «Per parlare con i compagni durante le battute mi servivano delle ricetrasmittenti più potenti, di quelle per cui bisogna avere il patentino. Ho iniziato così, per necessità, poi sono rimasto e ho continuato». La licenza è rilasciata dal ministero delle Imprese, e per ottenerla è necessario passare un esame senza cui non si può operare. «È una forma di tutela, perché si maneggiano strumentazioni avanzate e c’è il rischio di interferire con qualcosa di importante.

Disturbare una comunicazione d’emergenza - come quelle dei vigili del fuoco o del soccorso sanitario - è un reato, non ci si può improvvisare», spiega ancora Solazzi, il presidente dell’associazione. «Il programma è vastissimo, un esame di Stato vero e proprio. Spazia dalla fisica radiotecnica agli aspetti normativi. Noi facciamo dei corsi di preparazione che durano anche sei mesi. Sono svolti da volontari, lo facciamo per trasmettere la passione. Chiediamo un piccolo contributo che è irrisorio a fronte dell’impegno necessario».

Una volta ottenuta, la patente da radioamatore dura per tutta la vita. Ma è solo il primo passo. Per arrivare a installare e usare una stazione radioamatoriale il percorso è ancora più lungo e passa da altre autorizzazioni: «Non si può comunicare in autonomia prima di ottenere il famoso nominativo, che è composto da lettere e numeri e ti qualifica a livello mondiale. Poi si fa richiesta al ministero per l’autorizzazione a installare una stazione, che costa 5 euro all’anno». La prossima sessione d’esame, l’unica del 2025 per la Lombardia, si svolgerà tra oggi 25 novembre e venerdì 28, nel distaccamento del ministero a Milano in Porta Nuova.

«Quando mi sono cimentato nel test per la prima volta sono stato bocciato», racconta un membro del radioclub, «ho detto che un’antenna messa sulla macchina prende meglio che su un tetto. Sono da sempre un impallinato, ma in quel caso mi ha tradito la tensione».

Pubblicato originariamente su MM, quindicinale della Scuola di giornalismo Walter Tobagi.

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