Il linguaggio social per l’ambiente: tre strategie per tre influencer
Oggi lo stato di salute del pianeta si racconta su Instagram
Tra gli obiettivi sfatare miti ed evitare la disinformazione

C’è un filo verde che attraversa i social e lega i feed degli smartphone. Tutti, ormai, parlano di cura del pianeta, e che il linguaggio green si moltiplichi è un bene. Ma se il web amplifica la voce delle nuove generazioni, sempre più attente ai pericoli del cambiamento climatico, nel mare magnum di video e post che diventano virali si incontrano spesso trappole di disinformazione, pubblicità e falsi miti. C’è anche, però, chi usa le sue competenze per spostare i riflettori sulle scelte che contano davvero. E raccontare cosa significa parlare di sostenibilità, in un’epoca in cui il rischio è che questa diventi solo un’altra parola alla moda.
«Sull’ambiente si esprimono tante opinioni, ma fino a prova contraria stiamo parlando di fatti e numeri», spiega Federica Gasbarro (@federica_gasbarro), influencer green con un master all’Università Bocconi di Milano in Sustainability and energy management. Il rischio concreto è sfociare in dinamiche da stadio, in cui tutti diventano opinionisti, ma quasi nessuno ha studiato per farlo. «Ridurre queste tematiche a tifoserie politiche, ideologiche e religiose non aiuta. La scienza del clima è identica a quella della medicina», continua la divulgatrice classe 1995 con quasi 60mila follower su Instagram.
«Parlare di crisi climatica significa affrontare temi complessi in un contesto pubblico polarizzato. Bisogna essere efficaci, scientifici e al contempo empatici. Se il discorso diventa troppo duro, viene meno la speranza e si finisce nell’inazione. Se invece è troppo edulcorato, la situazione non sembra grave e non si riflette prima di agire». La soluzione sta quasi sempre nel mezzo. E anche grazie agli influencer che hanno trovato la formula adatta per parlare di ambiente, la sensibilità generale è aumentata. «Prima i social erano un passatempo, oggi molte pagine di informazione raggiungono generazione z e millennial.
Dal 2020 al 2023 ho notato una tendenza positiva», sottolinea Nicola Lamberti (@lambert.nic), divulgatore e ingegnere ambientale laureato al Politecnico di Milano. Due anni dopo c’è anche il fattore Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, tra le tante intemerate, ha reintrodotto le cannucce di plastica, ha bloccato gli investimenti per il fondo del clima Onu e si è defilato dagli accordi di Parigi contro il riscaldamento globale. Diventando il capofila dei negazionisti del mondo e portando gli attivisti a cambiare la propria strategia.
«Negli anni la mia comunicazione si è evoluta perché è cambiata l’urgenza percepita su questi temi. Credo che il contesto globale abbia reso il pubblico più ricettivo e spaventato di fronte a iniziative concrete ancora troppo lente», torna a evidenziare Gasbarro, unica italiana tra i 100 giovani delegati selezionati dalle Nazioni Unite nel 2019 per parlare di clima all’Assemblea generale dell’Onu. Un riconoscimento arrivato grazie «all’impegno costante nel campo dell’advocacy climatica» e che, insieme ai discorsi in Parlamento e in Vaticano davanti a Papa Francesco, le ha dato autorevolezza e credibilità come megafono del sostenibile.
Nella sua attività social, pubblica video con pillole sul tema. «Con gli anni, ho cercato di rendere la mia divulgazione sempre più accessibile seppur scientifica, mantenendo un linguaggio inclusivo e orientato all’azione». La realtà è fatta di geometrie, dati e numeri. Un’idea diffusa e condivisa nel mondo dell’attivismo ambientale. E anche Lamberti, che è cresciuto in un piccolo paesino della Campania a contatto con la natura, ne è convinto: «Prima di postare mi informo e cerco le fonti. Mi ritengo carismatico e non ho paura del confronto, anche con coloro che, sulla carta, sono più formati di me.
Quando ho sbagliato, mi sono preso le mie responsabilità e credo che sia segno di maturità», commenta. L’approccio matematico, rigoroso e razionale, per chi si dedica a sensibilizzare in rete sul verde, è il migliore scudo contro il rischio di cadere nelle accuse di ecologismo di facciata. Una deriva insidiosa di cui, chi si occupa di ambiente, ha imparato a conoscere i pericoli. «Devo dire che non mi è capitato di essere tacciata di greenwashing, perché abbiamo mantenuto sempre criteri scientifici e professionali».
Sembra questa la chiave giusta, anche secondo Mariasole Bianco (@merisunrise). Biologa marina, 40 anni, presidente e cofondatrice dell’organizzazione Worldrise per la conservazione dei mari. È nata a Milano ma il richiamo dell’acqua salata l’ha portata per studio prima a Genova e poi in Australia: «Eppure anche a Milano il mare c’è, com’è scritto su uno dei nostri murales assorbi-smog. In città ne abbiamo realizzati sei, facendo usare agli artisti pittura fotocatalitica», un tipo di vernice particolare, in grado di neutralizzare gli agenti inquinanti nell’aria sfruttando la luce.
«In pratica le nostre opere di street art equivalgono a quasi 800 metri quadri di bosco con piante ad alto fusto», spiega. «Poi, sempre con Worldrise, siamo riusciti ad accompagnare 150 locali della movida milanese verso l’abbandono della plastica monouso. Non siamo andati a testa bassa dicendo “dobbiamo eliminare”. Abbiamo dialogato con gli esercenti, abbiamo capito quali erano i problemi principali che ostacolavano questa transizione. Se non costruisci questo dialogo è difficile poi creare soluzioni sul lungo termine».
La prova che i risultati veri arrivano da un atteggiamento pragmatico e mai distruttivo. Anche Federica Gasbarro durante gli studi alla Bocconi si è occupata di ricerca per migliorare l’aria della città, con un progetto basato sulle microalghe: «Si tratta di una tecnologia che già esiste, ma il mio obiettivo era quello di renderla più efficiente: ottimizzare il processo di assorbimento della CO₂ e spingere le microalghe verso la produzione di idrogeno verde con quello che si chiama un fotobioreattore. Così da avvicinarci alla possibilità di applicare su larga scala questo tipo di sistemi nelle nostre città».
Un impegno che le è valsa la fiducia della Nazioni Unite e, nel 2021, la partecipazione alla Cop26 di Glasgow. A quattro anni di distanza, con la trentesima edizione della conferenza appena conclusa a Belém, in Brasile, Gasbarro traccia un bilancio incerto: «È stato un percorso non lineare, spesso al contrario, ma dei piccoli passi sono stati fatti: più partecipazione, più consapevolezza sul fatto che il clima è un tema sociale ancor prima che ambientale». «La Cop in Brasile secondo me non è stata seguita come dovrebbe essere», spiega ancora Nicola Lamberti, che compare fra le top voices di LinkedIn per l’ambiente, e che ora si trova a Valencia per ultimare un master in Ingegneria chimica.
«Il contesto internazionale adesso è delicato, fra guerre in corso e politica internazionale in crisi. Quindi la sensibilità su questi temi rischia di passare in secondo piano. Mi auguro che anche grazie a profili come il mio e di altri ragazzi e ragazze il green possa tornare a essere centrale».
Pubblicato originariamente su MM, quindicinale della Scuola di giornalismo Walter Tobagi.